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Carnevale di Putignano, 'messo alla porta' il direttore artistico Carlo Bruni

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Attualità

"...Senza alcun preavviso, giustificazione, rispetto, sono stato messo alla porta" scrive Carlo Bruni, esprimendo rammarico e amarezza in una lettera aperta al Sindaco, al Presidente della Fondazione Carnevale e alla stampaCarlo_Bruni_congedo

Putignano (Ba) - Riceviamo e pubblichiamo in versione integrale, la lettera aperta che il direttore artistico del Carnevale di Putignano, Carlo Bruni ha inviato al sindaco di Putignano e all'assessore alla cultura, che riveste anche ruolo di Presdiente della Fondazione Carnevale. Lettera inviata anche alla stampa ai fini della pubblicazione a seguito della mancata riconferma dell'incarico per l'edizione corrente della manifestazione.

"Al Sindaco del Comune di Putignano, all’Assessore alla Cultura, Presidente della Fondazione Carnevale e a Putignano. 17 novembre 2011

Senza alcun preavviso, giustificazione, rispetto, sono stato messo alla porta.

Uniche parole di “congedo”, quelle espresse alla stampa in una conferenza all’aeroporto di Bari dal presidente, assessore alla cultura di Putignano, Giuseppe Genco, che mi elogia definendomi “più che un direttore artistico, un direttore generale: inganno e beffa.

Sono addolorato, sorpreso, confuso.  Vedere calpestati onestà, affetto, amicizia, un lavoro fatto con dedizione, senza il beneficio di una spiegazione, di una parola, mi lascia sgomento. Niente se non la volgare successione di appuntamenti mancati e silenzi.

Penso che non ci sia miscela più distruttiva di quella che producono viltà e potere messi insieme.

Al momento mi verrebbe soltanto di tacere, ma devo delle scuse alla Città e ai cittadini che con il mio lavoro ho illuso. Devo delle scuse ai tanti che quando sono arrivato alla guida del Carnevale, si ostinavano a mettermi in guardia, a manifestare duramente la loro sfiducia verso le ingerenze della “politica”: una politica, dicevano, interessata soltanto al proprio tornaconto, truffaldina, dedita a favorire amici e conoscenti piuttosto che il bene comune.

Devo loro delle scuse perché non li ho creduti.

Devo delle scuse a quanti ho convinto che comunque l’aria era cambiata, che c’era da sperare, che il Carnevale sarebbe stato uno spazio libero da queste ingerenze: uno spazio di cui mi facevo garante perché deputato proprio dalla politica a difenderne l’indipendenza. Era ovvio che nessuno mi credesse: che tutti insinuassero che da qualche parte si nascondeva l’inghippo.

Mi scuso: ho sbagliato. Ho sbagliato a pensare di potermi permettere il lusso dell’indipendenza: di poter veramente scegliere, nel rispetto delle regole, il miglior fornitore, il miglior collaboratore, il miglior progetto; di poter valutare persone e proposte, facendo riferimento esclusivamente alla loro qualità, alla loro pertinenza. Ho sbagliato pensando che fossero necessari preventivi piuttosto che conoscenze: che per stampare uno striscione si dovesse cercare qualità e prezzo. Devo delle scuse anche a chi ha insistito nel denunciare classifiche truccate, perché non li ho creduto nemmeno di fronte a una giuria “gruppi mascherati”, definita a Carnevale fatto e composta da persone impegnate in compiti incompatibili con quello dell’osservatore. Ho sbagliato nel credere che la scelta dei soggetti impegnati nella gestione dei parcheggi, fosse stata fatta solo per problemi di tempo senza alcuna verifica, comparazione. Ho sbagliato nel considerare i ventisette appuntamenti saltati, su 32 fissati dal presidente nell’anno trascorso, senza preavviso né giustificazione, come l’esito di una vita troppo impegnata, invece che frutto di arroganza e cattiva educazione.

Devo delle scuse a molti, perché sono molti quelli che hanno deciso di crederci e che sono tornati a impegnarsi per il buon esito del Carnevale: insegnanti, dirigenti scolastici, imprenditori, fornitori, gente comune, associazioni, artisti, funzionari, impiegati, enti pubblici e privati.

Devo delle scuse che però vorrei giustificare, perché io ho creduto veramente nell’onestà dei miei interlocutori: ho creduto veramente nella stima che pubblicamente mi manifestavano e negli apprezzamenti per il lavoro svolto. Mi sono illuso che credessero nel valore del confronto, della discussione anche accesa, del lavoro, dell’amicizia, del rispetto. E tutto quello che ho fatto di giusto e anche di sbagliato (perché naturalmente si sbaglia), l’ho fatto credendo in buona fede di rappresentare al meglio la loro politica: la loro idea di giustizia, equità, onestà.

Con questo spirito ho accettato di lavorare senza aver firmato un contratto. Ho sopportato gli insulti di chi mi ha qualificato come “invasore”, “profittatore”, di chi mi ha attribuito compensi d’oro (11 mensilità da poco più di 1.500€ più le spese, raggiungendo “punte” di 2.300€, comprensive di viaggi, pernottamenti, telefono e ogni altro onere che, persino i peggiori detrattori possono immaginare un direttore debba sostenere per rappresentanza).

Con questo spirito ho accettato incarichi, di tre, due, undici mesi, laddove m’era stato prospettato un triennio. Anche da questo punto di vista ho sbagliato, perché ho accettato che non si considerasse la precarietà dell’incarico, come sempre in questi campi avviene. E fatto ancor più grave è l’aver convinto, attraverso un lavoro di forte motivazione e coinvolgimento emotivo, i miei collaboratori e tutti quelli che hanno lavorato per il Carnevale, ad accettare condizioni inaccettabili. Disponibilità che pure non hanno salvato dalla mannaia uno storico e prezioso collaboratore come Pinuccio Cosacco: reo d’essere “politicamente pericoloso”. Ho sbagliato perché ho convinto queste persone che un lavoro ben fatto le avrebbe ripagate. Ho sbagliato perché – non ne ero a conoscenza - altri sono stati i compensi attribuiti a collaboratori speciali. Perché sbaglia anche chi accetta di non sapere: come io ho accettato di non sapere con quali criteri fosse stata definita la delegazione di più di trenta persone partita per Goch a fine gennaio. Ho accettato di non sapere che la presenza di un nostro cartapestaio alla manifestazione della Provincia, a Polignano, fosse un nostro oneroso regalo. Ho accettato di non sapere il costo dell’incarico di ufficio stampa attribuito indiscriminatamente al Teatro Pubblico Pugliese.

E’ importante, a conclusione di un lavoro, quando si è sbattuti fuori senza giusta causa, domandarsi su quali basi si sia persa la fiducia del committente. E’ necessario domandarsi quali siano stati gli errori cumulati, soprattutto se il tuo interlocutore non trova tempo e modo per segnalarteli.

Io non so più precisamente, in questo tempo malsano, cosa sia la giustizia e mi verrebbe da chiederlo al Sindaco avvocato. A lui, cui avevo affidato amicizia e stima, mi verrebbe da chiedere con quale animo cristiano abbia potuto aderire a questo silenzio: non alla scelta di interrompere il rapporto con un carlo bruni qualunque, ma di farlo senza rispettarne la dignità di professionista e sopratutto di uomo.

Lascio Putignano con grande amarezza perché il Carnevale è contagioso e mi ha conquistato, ma non come entità immateriale: mi hanno conquistato le persone che ci credono intimamente; mi ha conquistato la loro ingenuità, verso la quale ho sentito intima corrispondenza. Mi ha conquistato gente anomala come Nardelli, che nonostante i suoi anni, reagisce come un bambino a cui hanno rubato il gelato ad ogni premio mancato. Mi ha conquistato l’idraulico Impedovo: la sua modestia, la gentilezza con cui affronta anche i conflitti più aspri. M’hanno conquistato Franco, Deni, Vito, Angelo, che si battono da leoni per difendere la causa di un gioco di carta. M’ha conquistato l’altro Nardelli, l’elettricista con gli occhiali spessi che getta acqua sul fuoco e Vito Sabatelli che si fa in quattro per riscattarsi da un marchio a fuoco che ne oscura la sensibilità d’artista. E Pantaleo, Roberta, Derna, Simone, Mariastella, Milko, Stefano, Massimo, il comandante, la mia amica vigilessa che tiene in pugno gli ambulanti, mi hanno conquistato. Mi mancheranno. Esorto gli insegnanti e i dirigenti scolastici che hanno scelto di tornare ad investire nel Carnevale, a non smettere, a insistere perché i ragazzi scoprano il senso di questa tradizione, ne difendano i valori di libertà che comporta e ne siano nuovi rinvigoriti interpreti.

Non è semplice cavarsi da questa ferita e nemmeno dare per assunta la sconfitta, ma a teatro anche i fiaschi hanno un valore. Vedremo.

Carlo Bruni".