Un guanto appoggiato accanto all'altro, l'estremo gesto di una giovane ancora viva dopo una caduta. Poi il buio, l'asfalto, e l'arrivo di un'auto. La Cassazione scrive la parola "certezza" sulla dinamica che ha spezzato la vita di Fabiana, inchiodando il prete al suo tragico momento di distrazione.
Bari - I giudici della Corte di Cassazione, dopo aver confermato il pericolo di fuga e quello di inquinamento probatorio, nelle motivazioni al provvedimento di novembre scorso, si soffermano sugli indizi a carico di don Nicola D’Onghia, ex parroco di Turi, accusato dell’omicidio stradale della soccorritrice 32enne del 118 Fabiana Chiarappa, il 2 aprile 2025 sulla Turi-Castellana.
La Suprema Corte riprende quanto già scritto dal tribunale del Riesame a proposito della dinamica del grave incidente, a partire dallo scivolamento della moto di Fabiana Chiarappa sul lato sinistro, lo scarrocciamento fino all'impatto contro il muretto a secco, il momento in cui la 32enne si sfila i guanti e li appoggia uno accanto all’altro sulla carreggiata. Circostanza che, a parere dei giudici, confermerebbe che la ragazza era viva prima che arrivasse la Fiat Bravo condotta da don Nicola d’Onghia.
Il prete per il procuratore aggiunto Ciro Angelillis era distratto dall’uso del cellulare, come proverebbero i tabulati telefonici acquisiti dai carabinieri. A conferma, i danni solo sul lato sinistro della motocicletta di grossa cilindrata, la lacerazione dei capi di abbigliamento della vittima (compatibili con un prolungato strusciamento al suolo) e le lesioni riscontrate con l’autopsia, compatibili con il 'sormontamento' del corpo da parte della Fiat. Escluso anche il coinvolgimento di un'altra vettura che arriva dopo quella di don Nicola, come risulta dalla registrazione audio-video della telecamera.
A conclusione delle prime indagini, il prete era stato ristretto agli arresti domiciliari, trasformati poi in obbligo di residenza nel Comune di Noci, oltre alla revoca della patente. Nei giorni scorsi, con il parere favorevole della Procura, è caduta anche la misura dell'obbligo di residenza, ma don Nicola d'Onghia resta senza patente.