Avete mai sofferto di solitudine? Sapete definire quel senso di vuoto che vi pervade all’improvviso, senza permesso, senza motivo?
Ci siamo sentiti tutti soli almeno una volta. Aristotele diceva che “chi è felice nella solitudine o è una bestia selvaggia o un dio”. Per quanto l’essere umano ci provi, non può essere dio, e anche se spesso ci comportiamo come bestie, abbiamo un innato bisogno di contatto, legami, confronti.
Forse nel panorama globale che stiamo vivendo, non ci sentiamo autorizzati a sentirci soli. La guerra si presenta come è sempre stata, teatro delle atrocità e del fallimento umano, e mentre morte e distruzione emergono dalle macerie, ci siamo noi, con la nostra piccola vita, i nostri “futili” problemi… la nostra solitudine. In tutto questo è spontaneo chiedersi se pensare ai propri traumi sia un lusso superfluo. Ma per quanto piccola, la nostra resta una vita, e anche se sembra niente nella realtà incommensurabile di cui facciamo parte, una vita è sempre tutto. Noi abbiamo il diritto di sentirci soli e il dovere di indagare nell’interiorità, perché è ciò che indissolubilmente ci ricorda di essere umani.
Qualsiasi sia la definizione di solitudine, lunedì 25 maggio, il liceo Majorana-Laterza di Putignano ha provato a darle una forma attraverso la presentazione del libro “nostra solitudine” di Daria Bignardi.
Ciò che la biblioteca del liceo ha ospitato non è stata una tradizionale presentazione letteraria, ma un momento necessario di incontro collettivo e personale. Non facciamo quasi mai i conti con noi stessi, a volte è difficile, a volte non ne abbiamo i mezzi, altre preferiamo non addentrarci nel vuoto che ci avvolge, forse per non rischiare di perderci in un labirinto dai confini ignoti. È fondamentale avere la possibilità di interrogarsi sulla propria interiorità, su quei sentimenti indescrivibili che ci travolgono. Perdersi nella lettura di un libro, ascoltare le parole penetranti di chi si espone, riflettere nella propria stanza, partecipare a incontri di questo tipo…tutto può essere un punto di partenza per andare in profondità; perché la superficie è confortevole, ma non è abbastanza.
La scuola è il primo luogo che crea “spazi di esistenza” in cui le persone si riscoprono come singoli e comunità; in particolare l’incontro di lunedì è stato coordinato dagli studenti: in un primo momento da Jacopo Quattrone della 3BS negli studi di Radio Nemo e successivamente in biblioteca con la moderazione di Mariaclaudia Ursini della 5BS, Andrea Monopoli della 3BS e Gaia Lanzillotta, ex studentessa del liceo, oggi universitaria e vicepresidente dell’associazione Get Loud – Scuotere il terreno con la cultura.
Le tematiche sviscerate nell’incontro sono essenziali per consolidare la consapevolezza, prerogativa umana che ci rende parte integrante del mondo e della società in cui viviamo. Come essere consapevoli? Riflettendo, discutendo, ascoltando.
La solitudine si associa semplicisticamente a una condizione di isolamento interiore ed esteriore, ma Daria Bignardi ha creato un dòmino di connessioni, perché la solitudine è parte di noi, è NOSTRA, dobbiamo imparare ad affrontarla, ma anche ad abbracciarla. Può radicarsi nelle relazioni, nel linguaggio, nei traumi che ci plasmano sin dal grembo materno o magari… in un’inebriante libertà.
Daria ci dice che “nelle parole c’è tutto. Ci sono la vita, i ricordi, le relazioni, l’inconscio. Posso rinunciare a condividere immagini, ma non posso rinunciare a condividere parole”. Il pensiero è espressione dell’umanità, le parole ne sono il substrato, il linguaggio crea associazioni, idee e inevitabilmente azioni; come diceva Gorgia, “la parola sta all’anima come la medicina al corpo”, ma siamo sempre noi a scegliere come servircene, veleno o cura? È possibile che la forza prorompente delle parole possa arginare la solitudine e permeare le relazioni umane?
In certi momenti, la solitudine appare quasi come un’imposizione: una conseguenza dell’oppressione, del vivere dentro rapporti di potere che isolano le persone dagli altri e da sé stesse; dunque, potremmo pensare che alcune forme di solitudine non nascano da una fragilità individuale, ma da condizioni storiche e politiche precise. Questo riguarda particolarmente le donne, sempre state costrette a vivere per le aspettative che la società nutre per loro. Quanto la solitudine è dovuta a condizioni di oppressione politica, sociale o patriarcale che modifica la concezione di sé stessi?
Eppure, nell’attuale società globalizzata e tecnologica, abbiamo quasi il dovere di conoscere tutto degli altri, di abbattere prepotentemente le distanze, ma per quanto assurdo, non facciamo che sentirci inspiegabilmente soli, circondati da tanti amici virtuali. È possibile trovare un equilibrio tra chi scegliamo di essere ogni giorno sui social e chi siamo davvero quando abitiamo la nostra interiorità?
Questi sono solo alcuni degli spunti emersi nell’incontro: un viaggio introspettivo privo di meta, con la sola intenzione di esplorare senza pretese, nella solitudine di ognuno di noi.