La sanità pugliese perde colpi e i conti vanno in rosso di 350 milioni. Tra le cause, una spesa fuori controllo e i viaggi della speranza. I ministeri chiamano la Regione, e sul tavolo finisce la revisione della rete ospedaliera. Per molti piccoli presidi, come Putignano, potrebbe essere l'ora della riconversione.

Ospedale di Putignano 2022Conti in rosso per la sanità pugliese nel 2025. I primi bilanci pre-consuntivi inviati da Asl e aziende ospedaliere certificano un disavanzo che si attesta attorno ai 350 milioni di euro, una cifra pesante lievitata di ben quattro volte rispetto agli 81 milioni del 2024, coperti con una manovra straordinaria.

Il dato è ancora suscettibile di aggiustamenti legati al consolidamento finale, ma il quadro è già abbastanza chiaro da aver spinto i ministeri dell’Economia e della Salute a convocare la Regione per un confronto formale sullo stato dei conti.

La Puglia, sottoposta a Piano operativo, dovrà spiegare come intende riportare in equilibrio il sistema.

Le cause del disavanzo sono note: spesa farmaceutica fuori controllo, incremento del costo del personale legato alle nuove assunzioni e agli accordi con i medici di medicina generale, crescita dei costi energetici e gestionali. A pesare è anche la mobilità passiva, i cosiddetti “viaggi della speranza”, che in dieci anni hanno drenato circa due miliardi di euro verso altre regioni.

Il punto tecnico più critico è il divario tra l’aumento del Fondo sanitario nazionale – cresciuto di circa 100-120 milioni – e l’incremento dei costi di esercizio, saliti di oltre 250 milioni. Un delta strutturale che genera automaticamente squilibrio. Resta aperta la partita del payback farmaceutico, il meccanismo di ristoro statale sui farmaci, che potrebbe ridurre parzialmente il disavanzo. Ma non sarà sufficiente a chiudere la falla. Sul tavolo della Giunta si affacciano così misure drastiche. Tra le ipotesi di copertura non c’è solo l’eventuale ritocco dell’addizionale Irpef regionale – ferma dal 2022 e già articolata in quattro scaglioni fino all’1,85% – ma soprattutto una nuova razionalizzazione della rete ospedaliera.

Tradotto: accorpamento di reparti, revisione delle funzioni e possibile ridimensionamento dei piccoli ospedali di base. Il tema è esplosivo sul piano politico. L’attuale assetto prevede cinque hub, undici ospedali di primo livello e dodici strutture di base. Ma l’apertura imminente di nuovi presidi, come il Monopoli-Fasano da 299 posti letto, impone una redistribuzione di personale e servizi. In questo scenario, strutture come Putignano, Ostuni o altre in fase di valutazione, potrebbero essere interessate da processi di accorpamento o riconversione, per garantire la sostenibilità complessiva del sistema.

Il nodo è il personale: molti Pronto soccorso operano con organici ridotti all’osso, mentre solo il Policlinico di Bari può contare su una copertura completa. Senza ulteriori risorse per nuove assunzioni, l’unica leva immediata resta la riorganizzazione. La partita è insieme tecnica e politica. Da un lato l’obbligo di rispettare i parametri ministeriali ed evitare un commissariamento; dall’altro il rischio di scelte impopolari sui territori, dove ogni presidio sanitario rappresenta un presidio sociale prima ancora che medico.

Il buco da 350 milioni segna dunque un passaggio delicato per la legislatura regionale: o si interviene con una riforma strutturale della rete e della spesa, oppure la leva fiscale diventerà inevitabile. La sanità pugliese è davanti a un bivio. E questa volta non basteranno manovre tampone.